La Regina degli scacchi

In Italia nel 2020, chiamare Gambetto di Donna un racconto imperniato sugli scacchi continua a sembrare ambiguo; da qui la scelta di titolare la fortunatissima serie Netflix La Regina degli Scacchi. Un doppio senso più tranquillo che però banalizza il titolo originale (quello del libro di Walter Trevis edito nel 1983) che richiama una delle aperture più famose del gioco, “Gambetto di Donna” per l’appunto.

Ma questo, se vogliamo, è un peccato veniale che si perdona rapidamente.

Quello che mi è piaciuto e mi ha appassionato in queste 8 puntate, è stata la capacità di fornire,  tramite gli scacchi, una lettura del divismo e del fenomeno dei bambini prodigio, che potrebbe tranquillamente applicarsi in mille altri campi, dalla ginnastica ritmica al calcio, dalla matematica alla musica.

La storia, senza nessuno spoiler visto che la si conosce sin dalle prime battute, narra il riscatto di un’orfana dalle straordinarie capacità intellettuali attraverso il gioco degli scacchi. Come si vede nulla di nuovo, così come nulla di nuovo sono le difficoltà, le fragilità, il meccanismo genio e sregolatezza che segnerà la vita della protagonista. Un meccanismo che sempre accompagna gli individui intellettualmente più dotati, soprattutto in assenza di argini esterni che servano a indirizzare il genio su elementi di concretezza senza tarparne le potenzialità.

In questo racconto la via per l’applicazione di tanta genialità viene quasi subito individuata e, dopo le iniziali difficoltà, percorsa; ovviamente, però, questo non basta a governare la straordinaria personalità della protagonista. E qui si apre un altro tema, sempre più in evidenza in questi anni: quello degli individui “più dotati” che spesso, in assenza di riconoscimento e supporto, diventano elementi di disturbo né più né meno di come, per altri versi, vengono considerati i “meno dotati”. Metafora di una società che tende sempre a premiare la normalità e considera ogni devianza un problema da gestire anziché un’opportunità da valorizzare. Salvo poi sfruttare le eccellenze per  un divismo fine a se stesso e le “carenze” per un pietismo inconcludente.

L’inquadramento storico, che è importante anche se non molto sviluppato, cavalca il periodo più duro della guerra fredda, negli anni ’50 e ’60, e ripercorre quella “diplomazia degli scacchi” che, tra le altre, contribuì a mantenere aperti canali di comunicazione e confronto tra due mondi che si allontanavano sempre più e che arrivarono non di rado sull’orlo della distruzione.

Molto efficaci i personaggi e spettacolari inquadrature, luci, scene, riprese. Ma ciò che più sorprende è la capacità di parlare di un tema così potenzialmente noioso come gli scacchi senza banalizzarlo e senza trasformarlo in un racconto “per addetti ai lavori”. Da sempre trattati considerati nel cinema come caratterizzazione di una intellettualità un po’ snob e involuta, qui gli scacchi vengono riscattati da una trama che riesce sempre a essere intrigante anche quando entra nel merito del gioco. E nel merito del gioco ci entra davvero, se si considerano le tante interpretazioni e valutazioni da parte degli scacchisti (in linea di massima sempre entusiasti dell’operazione) che stanno proliferando su YouTube e sui social (qui sotto un esempio, interessante se siete anche minimamente interessati agli scacchi).

Sono 8 puntate, che a me continuano a sembrare un tempo enorme, ma che davvero non lasciano il tempo che trovano. E poi guardandole  potreste sempre scoprire che il Gambetto di Donna è un’apertura di gioco, e gli scacchi una sinfonia…

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