Come si è sviluppata la Milano medioevale: il caso del quartiere dei Settala

Abbiamo più volte qui indagato che a ridosso dell’anno Mille fino alla presa della città da parte del Barbarossa, Milano era governata da una quarantina di famiglie, dette capitanee, che esprimevano cioè, attraverso una serie di labili alleanze, la scelta dell’arcivescovo. Tra queste famiglie una delle più influenti, erano i Settala (in origine Septara, poi Settara), o da Settala.

Tra i membri compaiono santi e beati, consoli, capitani del popolo, due arcivescovi, podestà, vescovi giù giù fino al XVII sec. dove spicca quel famoso Ludovico Settala, valente medico della peste, operante nel Lazzaretto e cantato da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.

Stemma dei Settala, poi del comune omonimo, con sette ali

La famiglia trasse il proprio nome dal paese di Settala, nove miglia distante da Milano, su cui anticamente esercitava la sua giurisdizione, e cosi come avevamo già visto per i Rho, ne mantiene ancora oggi lo stemma. Le origini si fanno risalire all’epoca romana, essendo stati ritrovati resti di una strada costruita ai tempi dell’Imperatore Tiberio (I secolo D.C.) e perché su di una medaglia di quell’Imperatore si legge il nome del duumviro certo Giulio Septara.

Nell’epoca protocristiana si distingue un altro membro della casata, quel San Senatore che nel V sec. fu molto attivo come arcivescovo contro i movimenti ereticali in seno alla prima organizzazione dell’ortodossia ecclesiale, sepolto nella chiesa di S. Eufemia (l’adiacente via viene dedicata non caso al santo).

Raffigurazione di San Senatore

Altro membro che si distinse per le sue opere fu un altro arcivescovo, certo Enrico I che parte di punto in bianco, agli inizi degli anni Venti del XIII sec., per la quinta crociata voluta dal papa Onorio III, lo stesso che riconosce i francescani in seno alla chiesa. Tornato dall’Oriente, lo stesso arcivescovo ne cerca una sede in città: nel 1224 concede, sfrattando alcuni religiosi, S.Apollinare, la chiesa vicino a S. Eufemia, alle suore francescane. A proposito di nuovi ordini si ricorda anche il beato Lanfranco, che avendo riunito cinque congregazioni sotto una medesima regola, col titolo di Eremiti di S. Agostino fu nel 1256 creato primo generale degli Agostiniani.

Milano-tomba di Lanfranco in S. Marco con gli stemma dei Settala su fondo rosso (Foto di GiovanniDall’Orto)

Tra gli altri membri degni di menzione si ricorda anche certo Passaguado, che, dopo la terribile distruzione di Milano ad opera di Federico Barbarossa, si era distinto come uno degli artefici della ricostruzione delle mura cittadine nel 1171. Insomma, appare chiaro come la famiglia sia molto attiva nella politica ambrosiana con una propensione decisa per il partito guelfo. Naturalmente, a fronte di cotanto impegno e attivismo, corrisponde un’ingente raccolta di ricchezze e potere che si riflette nella costruzione di prestigiose case in una centrale area cittadina. In particolar modo i Settala occupano, all’interno dello scacchiere urbano, una zona particolarmente interessante, prossima alle mura romane, ricca di risorse, e strategicamente invidiabile, addirittura prossima alle case di quella che dal XIV sec. rappresenta la famiglia più potente della città, i Visconti.

Nella parte grigia più chiara, evidenziamo l’isolato in basso è il cuore delle case più antiche dei Settala; più sopra le case dei Visconti con la grande corte della Ca’ de’ Can e la chiesa di S. Giovanni in Conca

Tale area collocata ai margini del Bottonuto, si può ancora oggi individuare in un isolato compreso tra l’attuale parte iniziale di Porta Romana, la prima parte di Via Paolo da Cannobio (almeno fino all’attuale Via Larga), per piegare poi all’interno di quel dedalo di vie, a ridosso di Via Pantano, oggi scomparse e sostituito dalla moderna Piazza Velasca, per concludersi sull’attuale Largo Richini, proprio dietro l’abside di S. Nazaro. Si tratta di un lotto, il cui tessuto abitativo, per gli sventramenti prima spagnoli tra il XVI e il XVII sec. (tra Via Larga e Piazza Velasca) e poi fascisti (per l’esautoramento dell’area popolare del Bottonuto), è oggi del tutto irriconoscibile e difficilmente leggibile, almeno nei suoi caratteri originari.

E allora vediamo cosa c’era dentro questo lotto, frutto dell’acquartieramento dei Settala nei secoli del Medioevo

Andando con ordine, partendo dalla prima traversa del Corso di Porta Romana, si aveva a ridosso delle mura, un vicolo che vi correva parallelo, l’attuale Via Paolo da Cannobio. Il primo tratto e il secondo, sul lato destro, entrando dal Corso, già in epoca comunale è abitato dalla famiglia dei Septara, poi Settala, che rimangono qui con le loro case fino al XVII sec., quando subentrarono i Moroni.

Corso di Porta Romana/Via Paolo da Cannobio anni 20-40: gli edifici in angolo a destra sono ancora gli unici ancora esitenti

Parte degli organismi dei loro insediamenti potevano vedersi fino al dopoguerra ma poi demoliti perché fatiscenti: si tratta ad es, del trecentesco cortiletto porticato con colonne di serizzo e con capitelli scudati, tramandato dalle cronache degli inizi del XX sec.. Invece quello quattrocentesco con portico sorretto da colonne in serizzo e capitelli a grandi foglie, con un andito con volte lunettate al n.37, e alcuni capitelli a palmette al n.39, seppur in un contesto cinquecentesco, sono ancora presenti. Sono situati nella parte rastremata del vicolo, quella rimasta in piedi, per volontà diretta di Mussolini, poichè in prossimità del Covo al n.35. Infatti, eccezion fatta per questi vecchi edifici, col Piano Regolatore del 1934, viene praticato un allargamento della strada, che non lascia illeso nemmeno l’edificio ospitante l’istituzione fascista, per l’apertura di Via Adua, poi Albricci. Ma la perdita del patrimonio urbanistico medioevale e soprattutto di tutte le vecchie case dei Settala a ridosso dell’antica Pusterla che dalla campagna (l’attuale Piazza Missori) entrava nel cuore del Bottonuto fu ingentissima.

Via Paolo da Cannobio, all’altezza di via Bottonuto, in una vecchia fotografia degli anni Trenta del XX sec.

Erano luoghi ricchi di memorie e testimonianze di un modo di vivere ormai considerato degradante e desueto. Erano quelle case torri, quei luoghi fortificati dove probabilmente Federico Barbarossa incontrò il grosso della resistenza dopo aver sfondato le linee sulla Porta Romana presso l’antemurale che Stilicone aveva già fatto costruire per respingere i Goti (attuale Crocetta). Era ancora, più anticamente, il punto dove terminavano le più antiche mura cesariane e si innestavano quelle augustee (proprio sul lato dei numeri dispari, di cui abbiamo parlato): il secondo tratto della Via Paolo da Cannobio, nel cuore del Bottonuto era conosciuta e riconosciuta proprio come la contrada dei Settala o del Pesce (forse per via di un antico mercato del pesce, portato attraverso il Seveso fino alla banchina fluviale romana rinvenuta sotto Via Larga).

Banchina romana su palificazioni del porto fluviale sul Seveso: ritrovamenti del 1960 sulla Via Larga all’altezza dell’attuale via Baracchini.

Sulla contrada si affacciava peraltro anche l’oratorio gentilizio di famiglia, annessa al vecchio palazzo dei Settala, proprio in corrispondenza della posterla romana. Si trattava della chiesa di S. Vincenzo ad Septaram o in curte Septariorum. L’edificio sacro era stato già soppresso alla fine del XVIII sec., in base alle disposizioni dell’imperatore austriaco Giuseppe II, tanto che nel 1845 sull’area si aveva riscontro di una fabbrica di carrozze e selle.

Subito alle spalle di questo isolato regolare si aveva la Via Postlaghetto, un vicolo stretto e lungo, ormai perduto, che correva parallelo all’antica via porticata (il più antico Corso di Porta Romana), e che tagliava in due le parti più interne e ancora rurali del quartiere dei Settala. Non sappiamo come e quando si mortificò il tessuto abitativo, forse per la vicinanza del famigerato Bottonuto, ma alla fine dell’Ottocento la contrada godeva di una pessima fama: laddove vi erano le case della servitù e i magazzini dei Settala, accanto all’antica chiesa di S. Giovanni in Giuggirolo, si registravano tre case di tolleranza e osterie equivoche, tanto che alla fine della I guerra Mondiale vi misero una sbarra, per bloccarne il transito.

Il vicolo Postlaghetto partiva con la chiesa di S. Giovanni in Giuggirolo, alle spalle del lotto coi palazzi dei Settala (evidenziato da un estratto del Catasto teresiano, metà del XVIII sec.)

Il vicolo si era formato col tempo a ridosso dell’area palustre in fronte al Seveso (passante sotto l’attuale Via Albricci-Via Larga spagnola) e per questo aveva preso il nome di post-laghetto. Era l’antica uscita della via consolare sulla strada per Pavia e l’uscita naturale dalla Pusterla nel cuore del Bottonuto. Oggi il vicolo è stato assorbito in parte da Via Pantano (che porta ancora il nome delle melme portate dalle inondazioni del Seveso) e dalla Piazza Velasca, che prima della costruzione della torre omonima con la regolarizzazione della piazza, ne conservava ancora lo sbocco su Largo Richini.

 Ultime tracce ancora esistenti delle proprietà dei Settala

Sull’antica piazzetta, una volta conosciuta come delle tre chiese, oggi intitolata al Richini, si affacciavano alcune proprietà dei Settala, lotti che in qualche modo furono poi nascosti da alcune cortine di edifici successivi, edificati sul sedime di una antica chiesa ormai scomparsa. Uno di questi è infatti il più arretrato edificio al n. 26 di Via Pantano. Nasceva originariamente come il retro del profondo lotto gotico, poi ospitante il seicentesco Palazzo Settala sul Corso di Porta Romana 19. Fu costruito nel XVII sec. dal medico Ludovico Settala, trasferitosi qui dalla dimora avita di Via Paolo da Cannobio.

Ingresso di servizio del Palazzo Settala, su Via Pantano 26 (foto di Robert Ribaudo da LombardiaBeniCulturali)

Fu progettato su un terreno rurale già di proprietà della famiglia, che si sviluppava con tre cortili d’infilata dal Corso, su cui aveva la facciata principale, fino alla Via Pantano, dove beneficiava dello sbocco di servizio. Fu anche la dimora di suo figlio Manfredo, fine intellettuale e canonico della vicina S. Nazaro, famoso per la realizzazione di un vero e proprio museo di storia naturale, qui realizzato, e ora conservato in un fondo del Museo di Storia Naturale.

Incisione a firma di Cesare Fiori, riproducente la sistemazione della galleria nel palazzo Settala di via Pantano

Nell’Ottocento, la sua vastità diede luogo ad una razionalizzazione degli spazi con alcune cessioni e parcellizzazioni: la parte retrostante diviene una casa d’affitto di lusso, abitata da esponenti dell’intellighentia milanese. Oggi, dove risplendevano le meraviglie della wunderkammer dei Settala, si ospitano uffici di rappresentanza.

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